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CIRCUS

This is me

Nel rappresentare la nostra “stanza dell’architetto”, abbiamo fatto una riflessione su quello che siamo e su come siamo arrivati fino a qui. Cercando di capire se ci fosse un filo rosso in questo percorso, lo abbiamo dipanato tutto tornando indietro fino all’infanzia. Quando eravamo piccoli il pensiero del design era ancora lontano e mentre Emilia faceva la ballerina, Francesco sognava di diventare un fachiro. I nostri sogni di bambini si incrociavano dunque in un luogo ben preciso: il circo! Il circo ha sempre colpito il nostro immaginario per il suo aspetto così definito, così vivido e colorato, una cosa assolutamente originale e fuori dagli schemi. Quello qui riprodotto non è solo il tendone del nostro immaginario fanciullesco, ma racchiude anche tutta una serie di metafore, ci sono più gradi di lettura, una sorta di torta a più strati in cui ci si può fermare alla superficie, o andare a fondo per assaporarli tutti. Il circo diventa un contenitore che tiene insieme tante cose diverse come la nostra professione: se nello spettacolo ci sono impresari, equilibristi, pagliacci, e prestigiatori, nella nostra quotidianità noi siamo contemporaneamente burocrati, creativi, tecnici, intellettuali e tanto altro ancora. Il circo inoltre è un mondo di creatività, talento e dedizione proprio come la nostra professione: il pubblico che assiste ai volteggi più complessi, e non allo sforzo quotidiano da cui derivano, è lo stesso che quando sfoglia le immagini patinate dei nostri lavori sulle riviste non immagina quanto sudore ci sia dietro. Abbiamo scelto di mettere in scena un circo anche perché l’arte circense è un’arte popolare, accessibile e comprensibile a tutti, proprio come vorremmo che fosse l’architettura: una risorsa per tutti e non un privilegio per pochi. E poi c’è quel senso di famiglia allargata, di accoglienza e condivisione che è un manifesto bellissimo di inclusione perché rappresenta la possibilità di tenere insieme le diversità di ciascuno senza tentare di appianarle, ma anzi lasciando che ognuno le rivendichi come simbolo di identità. “This is me”, canta la donna barbuta in The Greatest Showman, ovvero “sono fiera e orgogliosa di quello che sono”, un inno all’accettazione di sé stessi. È proprio uno slogan che ci rappresenta visto che anche noi nella nostra professione riversiamo quello che siamo cercando di stare lontani da ogni tentativo di uniformazione esprimendo appieno noi stessi dando sempre una nostra lettura e interpretazione personale degli spazi e degli incarichi. Oggi siamo esposti a un’infinità di immagini e di stimoli, ecco perché abbiamo voluto evocare la meraviglia dei bambini che entrano nel tendone del circo e assistono alla magia del coniglio che esce dal cilindro o della donna tagliata in due: quella capacità di stupirsi e di emozionarsi, quel senso di meraviglia e imprevedibilità sono cose che andrebbero non solo preservate, ma alimentate sempre. La nostra parte bambina è un tesoro da tenere stretto perché nessuno ce ne privi. E qui ci viene in aiuto il ricordo che per noi è un vettore straordinario di emozioni ed è la cosa più personale che abbiamo. Quando ci chiedono di sintetizzare il nostro modo di lavorare, rispondiamo col titolo di una biennale d’arte di qualche anno fa: “Fare mondi”, e infatti qui non vedrete un’esposizione di prodotti o un palcoscenico dei nostri progetti, ma la messa in scena di una nostra visione personale. Non vogliamo creare soltanto una distribuzione di ambienti o uno stile nei nostri lavori e soprattutto nei nostri allestimenti, ma creare mondi che trasmettano un’esperienza molto intensa nell’attraversarli. Vogliamo coinvolgere i cinque sensi, per poi andare oltre l’esperienza percettiva fisica superficiale e cercare di trasmettere qualcosa di più profondo che vada a smuovere qualcosa dentro: una specie di sesto senso che ha a che fare con l’intimità, l’emozione, il sentimento, la memoria, il ricordo, perché non c’è niente che ci metta più a contatto con noi stessi del ricordo. È importante infine che tutto questo sia comunque frutto di un lavoro intellettuale, un’intenzione ben precisa, un progetto, una ricerca di senso. Questo settimo senso che introduciamo viene quindi inteso come “significato”. Forse è un’intenzione troppo ambiziosa, ma bisogna sempre darsi obiettivi alti e fare i salti mortali come gli artisti circensi per cercare di raggiungerli.

  

cliente: Thesignevent

format: La stanza dell'architetto

illustrazioni e progetto grafico: Federica Giulivo

dove: Prezioso Flagship, Napoli

quando: 3 giugno-11 luglio 2026

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